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DALLA NOTTE DI STONEWALL ALL’ITALIA DEL 2026 CHE (ANCORA) ESITA

Cinquantasette anni fa una retata in un bar di New York accese la miccia di un movimento globale. Oggi, mentre l’Occidente e i paesi democratici avanzano sui diritti civili, l’Italia del 2026 resta ancora imbrigliata tra compromessi parlamentari, sentenze supplenti e un’opinione pubblica che la politica continua ad ignorare. Giugno è il mese del Pride: una manifestazione che riguarda tutti. Ci ricorda che l’estensione dei diritti civili o sociali non toglie mai nulla a nessuno, anzi, aggiunge e arricchisce una società nel suo complesso.

 Dalla Stonewall americana a quella italiana.

Era passata l’una di notte del 28 giugno 1969 quando sei agenti del sesto distretto di polizia di New York varcarono la soglia dello Stonewall Inn, un locale di Christopher Street nel Greenwich Village. Era una retata della polizia, una delle tante che in quegli anni irrompevano nei bar frequentati dagli omosessuali e transgender di Manhattan, arrestando chi non portava documenti, chi indossava abiti «del sesso sbagliato», chi semplicemente aveva la sfortuna di trovarsi lì. I clienti venivano trascinati fuori, i nomi talvolta pubblicati sui giornali del giorno dopo: una forma di punizione pubblica, un’esposizione che poteva distruggere una carriera, una famiglia, una vita.

Ma quella notte qualcosa si ruppe. Le persone presenti – uomini gay, donne lesbiche, drag queen, persone transgender tra cui le famosissime Marsha Johnson e Sylvia Rivera – non si fecero trascinare in silenzio. Si ribellarono. Secondo i racconti sopravvissuti al tempo, fu Stormé DeLarverie, una donna lesbica spinta verso un’auto della polizia, a rivolgere la folla con una domanda che diventerà storia: «Perché non fate qualcosa?». La folla fece qualcosa. Gli scontri durarono cinque notti non consecutive. Dal caos di quella settimana nacque il Gay Liberation Front. Un anno dopo, il 28 giugno 1970, New York, Chicago, Los Angeles e San Francisco ospitarono le prime marce del “Christopher Street Liberation Day”: il primo Pride della storia.

I moti di Stonewall non furono né i primi né i più violenti. Gli storici hanno catalogato almeno una trentina di episodi simili tra il 1959 e il 1969, inclusa la rivolta della Compton’s Cafeteria di San Francisco nel 1966. Ma Stonewall ebbe qualcosa che gli altri episodi non avevano: la capacità di trasformarsi in mito. Fu la nascita del movimento gay a rendere importante lo Stonewall Inn, non l’incidente a far nascere il movimento. Stonewall era il crocevia dove confluivano anni di fermento: il Black Power, il movimento femminista, le proteste contro la guerra in Vietnam, il diritto civile dei neri. Era il momento in cui persone stanche di umiliazioni accumulate nel silenzio, trovò la lingua comune della rivolta.

La prima mobilitazione LGBT+ italiana risale al 5 aprile 1972, a Sanremo, quando un gruppo di attivisti irruppe nel Congresso Italiano di Sessuologia, un convegno che discuteva di come “curare” l’omosessualità. Fu definita dalla comunità la “prima Stonewall italiana”: non una rivolta di strada, ma un atto di disobbedienza intellettuale, un rifiuto radicale del paradigma medico-patologico che classificava l’omosessualità come disturbo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità avrebbe atteso fino al 1990 per rimuoverla dall’elenco delle malattie mentali. Il primo Pride non ufficiale italiano è del 1979, a Pisa, organizzato dopo l’omicidio di Dario Taddei, un giovane ucciso per il suo orientamento sessuale. Ancora una volta, la violenza agisce da catalizzatore: come a New York dieci anni prima, è la brutalità subita a spingere le persone in strada. Il primo Pride ufficiale arriva molto più tardi, il 2 luglio 1994 a Roma, promosso dal Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli e da Arcigay, con gli organizzatori Imma Battaglia e Vladimir Luxuria. Diecimila persone attraversano una città non ancora abituata a quella visibilità rivendicata senza scuse. L’anno successivo si replica a Bologna, poi a Napoli nel 1996. Lentamente, faticosamente, il Pride entra nel paesaggio civile italiano.

Italia: cosa è stato fatto e cosa c’è da fare.

L’Italia arriva tardi, come spesso accade. E quando arriva, porta con sé le cicatrici dei compromessi. L’omosessualità non è mai stata perseguita penalmente nel codice unitario – il Codice Zanardelli del 1890 la depenalizzò implicitamente – ma la tutela giuridica delle coppie dello stesso sesso è rimasta a lungo inesistente. Il punto di svolta arriva solo nel 2016, con la legge sulle unioni civili, fortemente voluta dalla senatrice Monica Cirinnà. È una conquista reale: riconoscimento giuridico, diritti successori, pensione di reversibilità. Ma è anche il prodotto di un compromesso parlamentare doloroso.

Nel passaggio finale al Senato viene infatti eliminata la stepchild adoption, ossia la possibilità per un partner di adottare il figlio biologico dell’altro, come prezzo politico pagato dal governo guidato da Matteo Renzi per ottenere i voti del partito di Angelino Alfano. Eppure, qui emerge uno dei paradossi più evidenti del sistema italiano: la stepchild adoption esiste già dal 1983, prevista dall’articolo 44 della legge n. 184, ed è sempre stata applicabile alle coppie eterosessuali. La “legge Cirinnà” del 2016 avrebbe dovuto semplicemente estenderla alle unioni civili. Fu invece sacrificata nell’ultimo passaggio parlamentare.                      Da quel momento in poi, è la giurisprudenza a colmare il vuoto lasciato dalla politica. La Corte di Cassazione, il più alto organo giudiziario italiano che vigila sulla corretta applicazione della legge, riconosce la stepchild adoption facendo leva sul “principio del superiore interesse del minore”: un bambino che ha due genitori di fatto deve essere tutelato, indipendentemente dal sesso dei genitori.                          La stessa Cassazione stabilisce inoltre che nei documenti dei minori si debba utilizzare il termine “genitore” al posto di più comuni “padre” e “madre”, per riflettere la realtà delle famiglie. Il risultato è comunque un sistema frammentato. Ogni coppia omogenitoriale che desidera tutela per i propri figli è costretta a intraprendere un percorso legale individuale, spesso lungo e costoso, il cui esito dipende dal tribunale competente. Molti ottengono il riconoscimento, ma non esiste una legge nazionale chiara: esiste un arcipelago di sentenze. Nel frattempo, gran parte dell’Europa occidentale — dalla Francia alla Spagna, dai Paesi Bassi alla Svezia — riconosce automaticamente i figli delle coppie omogenitoriali fin dalla nascita. L’Italia, su questo tema, resta in ritardo, più vicina ai paesi europei dell’est che facevano parte dell’ex blocco sovietico che ai suoi partner “storici” o alle democrazie liberali o a quell’Occidente di cui noi stessi, un tempo, siamo stati culla.

Eppure, il dato più interessante è un altro: la distanza tra opinione pubblica e legislazione non è mai stata così ampia. La società italiana è cambiata più rapidamente della sua classe politica. La maggioranza silenziosa, quella che non scende in piazza, che non si riconosce in battaglie identitarie, che semplicemente vive, ha ormai interiorizzato l’idea di famiglie “diverse”, di relazioni che non rientrano nei modelli “tradizionali”, di bambini cresciuti da due madri o due padri.

Nel 2023, secondo una ricerca condotta dall’autorevole Pew Research Center, il 73% degli Italiani è favorevole alla legalizzazione dei matrimoni dello stesso sesso. Una percentuale che non così lontana da paesi come Paesi Bassi (89%), Spagna (87%), Francia (82%), Germania (80%), Canada (79%), Australia (75%), Regno Unito (74%) o Stati Uniti (63%). Questa distanza, quindi, non è il segno di un’arretratezza culturale diffusa. È, più semplicemente, il risultato di calcoli elettorali e veti incrociati. Il centrodestra utilizza la questione come strumento di mobilitazione identitaria, quando invece, in Europa, esistono partiti di centrodestra che hanno promosso i diritti LGBT+. Il centrosinistra la teme più di quanto la sostenga, preoccupato di perdere il consenso nell’elettorato cattolico. Il risultato è una paralisi legislativa che non rispecchia il Paese reale.

Il pride: la resistenza che riguarda tutti.

C’è un’accusa che si sente ripetere ogni giugno, con la precisione di un appuntamento fisso: il Pride è diventato commerciale, svuotato, un carrozzone di sponsor e arcobaleni che scompaiono il primo luglio. L’accusa non è del tutto infondata. Il fenomeno del “rainbow washing”, marchi che si tinteggiano di arcobaleno per un mese e tornano invisibili per gli altri undici, è reale, documentato. Ma ridurre il Pride a questa critica sarebbe come liquidare il movimento per i diritti civili con le fotografie kitsch di Martin Luther King su una tazza di caffè. La commercializzazione di un’estetica non cancella la sostanza politica di ciò che quella estetica rappresenta. Il Pride è nato come atto di resistenza, non come celebrazione, ma come rifiuto. Il rifiuto di stare nell’ombra, di accettare l’umiliazione come condizione naturale dell’esistenza, di lasciare che lo Stato decidesse chi potesse amare e come.

Esiste poi un argomento che una parte della politica ha sempre faticato a controbattere: ogni conquista ottenuta dal movimento LGBT+ ha allargato la libertà di tutti, non solo di una minoranza. Il diritto alla propria vita sentimentale senza interferenze dello Stato è un principio liberale prima ancora che progressista. L’idea che due persone adulte consenzienti non debbano rendere conto a nessuno della loro intimità è Illuminismo puro. Quando la polizia irrompeva nello Stonewall Inn a New York, non stava difendendo la “famiglia tradizionale”: stava esercitando il controllo dello Stato sui corpi e sulle scelte private dei cittadini. Quella stessa logica, lo Stato che decide chi può amare, chi può formare una famiglia, in che modo, è esattamente ciò che le democrazie liberali avrebbero dovuto archiviare dopo il Novecento. E invece, eccoci ancora qui, nel 2026.

Inoltre, negli ultimi anni, il fronte del dibattito si è spostato sempre più verso le persone transgender e non binarie. La fantascientifica discussione sul “gender”, amplificata da algoritmi e da media che hanno trovato nella polarizzazione il loro modello di business, ha prodotto un clima ostile che colpisce in modo sproporzionato le fasce più vulnerabili: dagli adolescenti che cercano di capire se stessi alle persone trans adulte che cercano di emanciparsi ed essere indipendenti. È importante, in questo contesto, resistere alla tentazione del dibattito politico che diventa cabaret spiccio. La questione dell’identità di genere non è una “guerra culturale” importata dall’America: è il tentativo di persone libere, in Italia come ovunque, di ottenere il riconoscimento legale della propria esistenza. Trattarla come emergenza ideologica, come ha fatto una parte della politica italiana negli ultimi anni, serve a distogliere l’attenzione da temi più concreti: le discriminazioni sul lavoro, la violenza omofobica e transfobica, l’assenza di una legge contro i crimini d’odio.

Esiste anche un errore di prospettiva che pervade il dibattito pubblico italiano sui diritti LGBT+: l’idea che si tratti di una questione che riguarda una “minoranza”, e che questa debba convincere la “maggioranza” di meritare attenzione. È un’impostazione sbagliata, sia storicamente che filosoficamente. I diritti civili non sono un gioco a somma zero in cui la libertà di alcuni avanza a scapito della libertà di altri. Sono, piuttosto, un’espansione collettiva dello spazio in cui ciascuno può vivere senza il controllo arbitrario dello Stato sulla propria esistenza privata. Quando diversi Paesi dell’Occidente (e non solo) hanno legalizzato il matrimonio egualitario non hanno sottratto nulla alle coppie eterosessuali, ma hanno esteso a tutti la possibilità di scegliere con chi condividere la propria vita con pieno riconoscimento giuridico. Quando l’Italia riconoscerà il matrimonio egualitario, allo stesso modo, non cambierà nulla per le coppie eterosessuali già sposate. Cambierebbe molto per le decine di migliaia di coppie omosessuali, per i loro figli che oggi dipendono dalle sentenze di un giudice.

E chi pensa che il Pride non lo riguardi, forse dovrebbe fermarsi a immaginare uno scenario diverso: cosa accadrebbe se lo Stato iniziasse a intervenire nelle sue scelte più intime, ridefinendo ciò che fino a quel momento aveva dato per scontato. Cosa succederebbe se la sua famiglia non fosse considerata quella “giusta”? Se il suo amore non rientrasse tra quelli “approvati”? Se qualcuno gli dicesse che non è più libero di decidere cosa è giusto per sé? La risposta a queste domande è esattamente il motivo per cui, cinquantasette anni fa, qualcuno scelse di non fare un passo indietro. Ed è anche il motivo per cui la notte di Stonewall continua a riguardare tutti noi.

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