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EDITORIALE DIRETTORE RESPONSABILE

C’è un suono che in Calabria si sta spegnendo. Non è il mare che batte sulla costa degli Dei, né il vento che piega gli ulivi dell’Aspromonte. È il suono delle sedie trascinate la sera davanti alla porta, delle risate dei bambini nei vicoli, del “ciao cumpari” gridato da un balcone all’altro. È il silenzio che avanza, casa dopo casa, paese dopo paese, ed è un silenzio che pesa più di una frana. I nostri borghi muoiono in piedi. Lo fanno con dignità, con le facciate di pietra ancora dritte, i gerani ai balconi curati dalle ultime mani rimaste, quelle rugose dei nonni. Ma è un’agonia lenta, una “disabitanza” che sa di resa. Partono i figli con una valigia piena di sogni e la promessa “torno dopo la laurea”. Poi arriva un master a Milano, un lavoro a Berlino, un amore a Londra. E il “dopo” diventa “mai”. Non è colpa loro. Chi può chiedere a un ventenne di scegliere tra il futuro e la memoria quando qui il futuro ha l’odore stantio delle sale d’attesa? Non sono i treni il problema, è la vita che deraglia prima di partire. È un ospedale che chiude reparto dopo reparto e ti costringe a migrare per una risonanza. È il lavoro che c’è solo se conosci, se ti pieghi, se accetti che qualcuno decida per te. È la ‘ndrangheta che respira al posto tuo e ti dice dove puoi aprire, quando devi chiudere, se puoi sperare. È la mondezza che si fa monumento negli angoli, e con lei seppelliamo anche il senso civico, anche la voglia di dire “questo è mio, lo difendo”. Così restano i nonni, custodi di chiavi e di storie. Fanno il presepe a Natale, tengono accesa la luce per Ferragosto, quando il paese si riempie per quindici giorni di un turismo di rientro che sa di nostalgia e di bugia. Perché poi, il 16 agosto, le serrande calano di nuovo. E quando anche i nonni se ne vanno, non c’è più nessuno a raccontare che in quella casa è nato tuo padre, che quel forno ha cotto il pane per tre generazioni. Il dramma è che l’emorragia ha raggiunto le città. Reggio invecchia contando i giovani sugli aerei, Catanzaro spegne le vetrine una ad una. Resiste Cosenza, fortino di gioventù grazie all’Università che ancora fa da madre e da trincea, che ancora permette a un ragazzo di dire “resto” senza sentirsi un pazzo. Ma può bastare un Campus a tenere in piedi il cuore di una regione intera Eppure basterebbe poco per invertire la clessidra. Basterebbe smettere di piangerci addosso e iniziare a costruire motivi per restare, prima ancora che per tornare. Basterebbe dare un nome al lavoro che non sia favore né elemosina. Se posso programmare da Badolato come da Berlino, perché devo chiedere il permesso di esistere? Serve fibra vera nei vicoli, serve uno Stato che liberi il territorio prima che il territorio liberi sé stesso andando via. Serve trasformare i borghi in cantieri di restauro abitati: case a 1 euro sì, ma con un patto di sangue. Le ristrutturi, ci vivi, apri una bottega, insegni un mestiere. L’artigianato, l’agroalimentare, il turismo lento non sono folklore da cartolina: sono pane, se qualcuno ci crede davvero. Serve una sanità che sia presenza, non miracolo. Un paese senza ambulatorio è un paese già in coma. Serve decoro, perché non puoi chiedere a un figlio di amare una terra che lo cresce nella spazzatura. Il senso civico si insegna raccogliendo una carta da terra, prima che con le grandi opere. Abbiamo dato i natali a Pitagora e Gioacchino da Fiore, abbiamo il bergamotto che profuma il mondo e una ‘nduja che scotta l’anima. Smettiamola di esportare solo cervelli e olio. Esportiamo un modello: quello dei restanti – parafrasando il grande Vito Teti – ostinati che piantano ulivi sapendo di non cogliere l’olio, che aprono saracinesche deserte il primo anno e litigano col sindaco pur di non far chiudere la scuola. La Calabria non morirà finché avremo qualcuno disposto ad arrabbiarsi per lei. Perché un paese non è un pugno di case all’anagrafe. È l’ultimo caffè pagato al bar per chiunque entri, è la porta di nonna sempre aperta, è l’odore del pane alle cinque del mattino, è il rosario di tua madre sussurrato mentre impasta la pitta. Se lasciamo che tutto questo diventi polvere d’archivio, non avremo perso i borghi. Avremo perso il cognome. Avremo perso la faccia davanti allo specchio dei nostri figli, che un giorno ci chiederanno con gli occhi grandi “ma tu dov’eri mentre la Calabria diventava assenza?”. E allora restiamo. O torniamo. O almeno lottiamo, prima che l’ultima nonna spenga l’ultima luce e consegni le chiavi al vento. Prima che ai nostri nipoti resti solo una foto sbiadita e la colpa, feroce, di non aver saputo chiamarla casa. Prima che il mare continui a battere sulla riva, ma non trovi più nessuna voce a cui raccontare le sue tempeste.

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