ERES MI GALLO
- Un Mondo a colori




Se sei mesi fa mi avessero detto che avrei passato le giornate chiuso tra scaffali blu e gialli, tra un ronzio di luci da studio e quel tipico odore di nostalgia, probabilmente avrei riso. Ma la verità è che il progetto Kappanero non è nato per inseguire un trend o per fare i fighi con l’effetto nostalgia. È stata un’esigenza fisica. Mi mancava il contatto.
Mi mancava quel momento anni Novanta in cui il cinema non era un’iconcina piatta su uno schermo o un algoritmo che ti suggerisce roba mentre già stai pensando ad altro. Era un oggetto: un parallelepipedo di plastica che tenevi in mano. Leggevi la trama sul retro, guardavi quelle foto sgranate e cercavi di capire se quel film ti avrebbe svoltato la serata o no.
Sono sei mesi che registro video e interviste nel mio set che è, in tutto e per tutto, un Blockbuster. E la cosa assurda è che quando accendo le luci e mi metto dietro il “bancone”, io divento davvero, quel ragazzo del noleggio. Quello che non ti giudica se hai voglia di un cinecomic ignorante per staccare il cervello, ma che è pronto a spingerti verso un capolavoro di Bergman se capisce che sei nel mood giusto per affrontare la vita.
La gente è stanca degli algoritmi, lo sento. Netflix ti dice cosa guardare perché “somiglia a quello che hai già visto”. Risultato? Resti bloccato sempre nella stessa bolla. Io invece voglio dirti: “Guarda questo, perché ti farà provare qualcosa di mai sentito”. È questa la sfida oggi: rompere il giardino recintato dei gusti predefiniti. E per farlo sono dovuto tornare indietro nel tempo.
Spesso mi chiedono: “Ma come fai a passare da un’intervista a un regista serio alla recensione di un film di serie B degli anni ’80?”. Semplice: nel mio spazio il cinema non ha gerarchie snob. Se un film mi ha fatto schifo, te lo dico come lo direi a un amico che sta per buttare 5 euro (anche se oggi il noleggio è il tempo, che vale molto di più). Se un film mi ha commosso, non cerco termini tecnici per nascondermi: ti racconto l’emozione e basta.
Il mio set fa uno strano effetto a chi viene a trovarmi. Registi, attori… entrano, vedono i colori, toccano i DVD e gli brillano gli occhi. Si tolgono l’armatura della promozione, quella maschera di risposte standard. Tornano a essere fan. Non mi interessa chiedergli “qual è stata la sfida più grande sul set”. Voglio sapere cosa noleggerebbero se avessero un solo credito. Voglio sapere cosa li faceva piangere a dodici anni.
In questi 180 giorni ho capito che siamo tutti un po’ come Peter Banning in Hook: adulti incravattati col cellulare in mano che hanno dimenticato come si vola. Il mio bancone è il mio “pensiero felice”. Mi serve a ricordare che il cinema è luce che sbatte su un muro e ci restituisce i sogni.
Quindi, non scorrere oltre. Fermati un attimo al bancone. Parliamo di come un’inquadratura può cambiarti la giornata. Ci vediamo al prossimo noleggio.


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