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IL “CASO LEONARDO” Qualche riflessione sull’opera e sulla figura grandiosa, enigmatica e affascinante di Leonardo da Vinci, genio unico, irripetibile e sempre attuale dell’arte moderna

Ritorniamo al caso Leonardo – diciamo così – ovvero all’aspetto psicologico, anzi psicanalitico della sua genialità. Si è visto che, per lui, un grande trauma, una grande ferita psicologica fu dovuta al fatto di prendere atto che non era un bambino come tutti gli altri, cioè con un padre e una madre sposati e, insomma, con tanto di matrimonio che legittima le nascite. No: lui era un figlio illegittimo, un senzafamiglia, un bastardo. Ebbene, proprio tale condizione di inferiorità ha certamente contribuito a fare di Leonardo il Leonardo che poi sarebbe stato allora e soprattutto dopo, nei secoli. E, di questo, Freud ne è estremamente convinto, come è pure convinto del fatto che il sorriso delle donne dei suoi ritratti, a partire da quello più celebre e, cioè, quello di Monna Lisa, ovvero della Gioconda, quel sorriso, così strano, misterioso, enigmatico e inquietante, è il sorriso della mamma e, in ultima analisi, dello stesso Leonardo, che doveva certamente somigliarle molto e che in essa, probabilmente, si identificava, si riconosceva per tanti aspetti. Lo sguardo e il sorriso “leonardesco” di cui parla Freud (cfr. Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci, in Freud. Opere 1905/1921, Newton, 1992) si sarebbero ripetuti in altri dipinti: Bacco, San Giovanni Battista e Sant’Anna, la Madonna e il Bambino con l’agnello.

In merito alla religiosità o meno di Leonardo è probabile che egli non credesse più di tanto alla narrazione, alla favola bella della Bibbia secondo cui la Terra è al centro dell’universo, ed era arrivato a scrivere, a grandi lettere, nel suo quaderno [nel manoscritto W. L, foglio 132r, N.d.A], il sole non si muove e, aggiungiamo noi, scrivere questo voleva dire che Leonardo era piuttosto orientato in favore della futura prossima teoria eliocentrica (di Niccolò Copernico, 1543) che per quella geocentrica di Tolomeo; teoria eliocentrica che avrebbe dato un grande scossone a certi assoluti, alle certezze degli intellettuali della civiltà umanistico-rinascimentale e che avrebbe messo in discussione tutte le coordinate mentali dell’epoca. Insomma, è probabile che Leonardo avesse una sua particolare religiosità, simile a quella che poi avranno tanti illuministi francesi nel Settecento: un Dio certamente esiste, ma con visione molto laica e, nel suo caso, molto scientifica e razionale. Certo, se non era un ateo non era neppure un invasato dalla religione fino al bigottismo. Insomma, una certa religiosità ma estremamente laica.

Nel 1482 Leonardo va a Milano in quanto richiesto dal Signore Ludovico Sforza, detto il Moro. Durante il viaggio Leonardo aveva preparato una lettera per il potente Signore, un vero e proprio moderno curriculum vitae, in cui elencava tutte le sue referenze, ovvero tutte le cose di ingegneria, di scultura, di architettura, di idraulica, di macchine per la guerra e quant’altro era in grado di realizzare. Sappiamo che Leonardo – nel suo essere visionario e proiettato nel futuro –  aveva inventato e progettato tante macchine e congegni, di cui alcune soltanto Ruggero Bacone, frate francescano e filosofo inglese, aveva anticipato prima del genio di Vinci. Presso il Moro, Leonardo resterà fino al 1499 e, in questi 16 anni di permanenza nella potente Milano, vive un lungo periodo di benessere presso la corte sforzesca. Non solo egli svolgeva attività di architetto, scultore, ingegnere, pittore, ecc. ma anche come geniale ideatore di fastosi apparati scenici e di congegni meccanici per giostre e spettacoli di corte, come disegnatore di costumi per feste e tornei, come abile improvvisatore di poesie, favole e indovinelli (cfr. Leonardo, Mondadori Arte, allegato all’Unità del 21-10-1991). Come architetto si impegnò per la realizzazione della fabbrica per il duomo di Pavia; come ingegnere idraulico progettava e realizzava sistemi di irrigazione, navigli, conche, opere di bonifica e tutto quanto potesse essere utile alla regolamentazione delle acque nel territorio lombardo; come pittore, forte dell’esperienza fiorentina, mostra di essere decisamente moderno, innovativo e, insomma, d’avanguardia già con La Vergine delle Rocce (iniziata nel 1483). Ma è nella ritrattistica che Leonardo dà il meglio di sé e compie davvero un miracolo, una vera e propria rivoluzione: si pensi al Ritratto di musico o alla Dama con l’ermellino (in cui viene ritratta Cecilia Gallerani) o al Ritratto di dama, ovvero “La Belle Ferronnière” che si trova al Louvre (in cui viene ritratta Lucrezia Crivelli): tutti i canoni e gli schemi tradizionali e vigenti vengono sconvolti: con Leonardo si volta pagina persino nella rappresentazione del personaggio da ritrarre: non più di profilo, come in uno stemma araldico, ma centrale. Certamente, il vero capolavoro degli anni milanesi è il Cenacolo o Ultima cena, realizzato nel refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie tra il 1495 e il 1497 e sul cui significato e sui cui dettagli (attraverso tutti gli stupiti e sconvolti apostoli e un malinconico e amareggiato Cristo al centro della scena) gli esperti tuttora discutono.

Anche a Milano, però, Leonardo non completa alcuni lavori di cui si prende l’impegno, come, per es., il restauro del Castello Sforzesco, il progetto per la cupola del Duomo di Milano o lo stesso monumento equestre per esaltare Francesco Sforza: è sempre preso da altro, dalla riflessione su questo e su quello. Durante il periodo milanese, nella fase terminale (1496), Leonardo fa il suo felice incontro con il frate Luca Pacioli, il più grande matematico allora vivente, inventore della partita doppia, del dare e avere, autore della Summa de Aritmetica Geometria. Proportioni et proportionalità e, insieme allo stesso Leonardo, della celebre opera De divina proportione (1497). Ne nascerà una grande e lunga amicizia. Ma, ormai, l’esperienza milanese volge al termine perché il re di Francia Luigi XII ha mosso guerra a Ludovico e il 14 settembre del 1499 lo ha sconfitto e fatto prigioniero. Per quel che si sa, Leonardo, nel 1500, si è recato a Venezia (insieme al Pacioli) e poi a Mantova, dove sono accolti con tutti gli onori dai Signori Gonzaga. Nel 1502 Leonardo pensa di andarsene da Firenze (che sarà governata fino al 1512 da Pier Soderini) ma lo spregiudicato Cesare Borgia, figlio naturale del papa Alessandro VI (Rodrigo Borgia), detto Il Valentino (per via del possesso del ducato di Valentinois), vuole Leonardo presso la sua corte, in Romagna, come Architecto et Ingegnero Generale, soprattutto con funzioni e obiettivi militari, ovvero come costruttore di macchine e congegni bellici e anche di altre opere utili ai suoi territori come canali, fortificazioni, bastioni, mura di cinta. Ma il Valentino – che per Machiavelli era il modello di principe ideale dotato di virtus – avrà un rapido declino e morirà nel 1507.

Il 9 luglio del 1504 muore il padre di Leonardo e in quello stesso anno il genio di Vinci si dichiara convinto di aver trovato la soluzione alla famosa quadratura del cerchio, la quale è stata definita irrisolvibile su finire dell’Ottocento. Purtroppo, Leonardo, che anche altre volte dirà di essere riuscito nella difficile soluzione del problema, non ci lascerà mai la soluzione, cioè in che modo c’è riuscito. Se i suoi appunti sono andati perduti, è stato davvero un grande peccato. Lui pensava di esserci riuscito già con il celebre Uomo Vitruviano (che è del giugno del 1490 e che sarebbe meglio chiamare l’Uomo di Leonardo), così perfetto e armonico nelle forme, nelle proporzioni, quasi sintesi della perfezione divina. Si tenga presente che il cerchio è l’immagine perfetta per raffigurare la perfezione, l’immensità  e l’infinità di Dio Uno e Trino, in quanto il cerchio non ha inizio e non ha fine, proprio come Dio e, più di uno, ha voluto vedere nell’Uomo Vitruviano un significato allegorico, occulto, esoterico (il famoso esoterismo di Leonardo, il quale, però, aveva parlato malissimo, con grande disprezzo dell’alchimia e della negromanzia). Dunque, Leonardo, come artista, e quindi creatore, si sostituirebbe, microcosmicamente, a Dio-macrocosmo, Dio che è il Grande Creatore Universale, che ha creato l’uomo (il microcosmo, appunto) a sua immagine e somiglianza e, pertanto, nulla di blasfemo, nessuna offesa a Dio: questo microcosmo non è altro che un’impronta Dio, un Dio in piccolo, creato da Lui e non può (come ha insegnato Padre Dante) che amarlo, soprattutto quando cerca di imitarlo, di “essere come lui”: orgoglioso proprio come un padre nei confronti del figlio.

Nel 1505 Leonardo ritorna su una delle sue grandi ossessioni: lo studio del volo e il volo stesso, cioè fare dei veri e propri tentativi di volo con la sua macchina per volare (da questi studi verrà fuori il famoso Codice sul volo degli uccelli). Forse lui stesso avrà provato a volare, tanto era grande la sua passione, ma non lo sapremo mai veramente. Leonardo continua, comunque, con i suoi studi e con l’osservazione del meccanismo del volo degli uccelli e, nel 1506, avviene il grande esperimento: il volo dal Monte Ceceri. In quell’anno Leonardo inizia anche a lavorare al ritratto più celebre di ogni altro, cioè La Gioconda (o Monna Lisa), il suo capolavoro assoluto. Sul sublime e ineffabile mistero della Gioconda si è finora scritto tantissimo. Che si tratti di Lisa Gherardini, seconda moglie del ricco setaiolo fiorentino Francesco Del Giocondo, o della madre di Leonardo, o del volto del bellissimo discepolo Salaì o dello stesso Leonardo, quello che resta è, appunto, il suo misterioso, arcano fascino. Su di esso si può leggere un articolo reperibile sul sito internet: “Magnificamente Leonardo”, a firma di Laura Ciotola. Titolo: Cosa c’è negli occhi della Monnalisa? L’articolo è interessante soprattutto in merito all’aspetto esoterico, ovvero in merito al presunto o tale occultismo ed ermetismo filosofico-religioso (che si richiama al leggendario Ermete Trismegisto) di Leonardo, tanto che, secondo certe teorie, egli sarebbe stato il Gran Maestro di una società segreta su base eretica e per il fatto che viene citato il Presidente del Comitato Nazionale per la Valorizzazione dei Beni Storici, Culturali e Ambientali, Silvano Vinceti, secondo il quale, da analisi approfondite, sarebbe emerso che nell’occhio destro della Gioconda ci sarebbero le lettere L e V mentre nell’occhio sinistro forse le lettere ’CE’ o forse una ’B’ e il numero 72 in uno degli archi del piccolo ponte situato sullo sfondo destro della stessa. Secondo il Vinceti le due lettere L e V, potrebbero essere proprio le iniziali di Leonardo mentre il numero 72 rappresenterebbe il suo pensiero filosofico, esoterico e religioso. L’articolista cita poi un’altra studiosa del mistero della Gioconda: Secondo la studiosa savonese Carla Glori invece, nelle pupille della modella comparirebbero le lettere S e G, che identificherebbero nella Gioconda, Bianca Giovanna Sforza, la giovane figlia di Ludovico il Moro, mentre il paesaggio sullo sfondo del ritratto rappresenterebbe il borgo piacentino di Bobbio e il numero 72 potrebbe  riferirsi proprio alla distruzione del Ponte Gobbo di Bobbio (Piacenza) avvenuta nel 1472 a causa dell’onda di piena del Trebbia. In base alle ipotesi avanzate dalla stessa Glori, Leonardo pose il numero 72 sotto l’arcata del ponte Gobbo per ricordare quella devastante piena del Trebbia e probabilmente per far sì che qualcuno identificasse il misterioso sfondo del dibattuto dipinto. […]

L’interessante articolo termina soffermando, appunto, l’attenzione sul fatto che, sulla Gioconda, restano tuttora altri dubbi ed enigmi, soprattutto, riguardo al paesaggio che fa da sfondo al dipinto e, in verità, La Gioconda è qualcosa davvero di imperscrutabile, un grandioso enigma, un’indecifrabile allegoria, quasi un mistero divino. Quella giovane donna in primo piano, che se ne sta con le mani incrociate, con il volto sereno e rasserenante, che tenta un timido, quasi impercettibile sorriso…: quella donna è davvero inquietante e conturbante e fa venire in mente, un celebre verso di Guido Gozzano: Donna: mistero senza fine bello! Quella donna risalta, giganteggia nella cornice che vediamo appesa a una delle pareti del Louvre, spazza via tutto ciò che le sta alle spalle, tutto quel confuso, caotico, disordinato, inspiegabile, quasi irreale e surreale paesaggio che appare anche poco bello e, anzi poco attraente, quasi come a voler simboleggiare la scarsa bellezza del mondo che ci circonda. In contrapposizione a questo mondo, in cui la follia e l’irrazionalità umane sembrano prevalere sempre di più, c’è lei, Monna Lisa, con la sua  straordinaria bellezza, col suo misterioso, enigmatico e sfingesco fascino, con la sua divina perfezione, la sua divina armonia e anche la sua razionale, classica imperturbabilità. Il suo indecifrabile sguardo (di una certa arcana sensualità), i suoi occhi che appaiono ora un po’ malinconici, tristi, e ora un po’ sorridenti e anche un po’ “sfacciati”, sono rivolti verso destra: chi o cosa stanno guardando? O cosa vorrebbero guardare? Certamente, sembra guardare il pittore che la sta rendendo eterna, immortale per sempre. Chiunque, Leonardo, abbia voluto immortalare (la madre, la Madonna, se stesso, ecc.), sembra come volerci dire: Tutto scorre, il tempo passa velocemente e il mondo potrebbe anche finire, ma io sarò immortale insieme al mio mistero!

Nel 1506 Leonardo lascia Firenze e – su invito del governatore di Francia Charles d’Amboise, Signore di Chaumont-sur-Loire – ritorna nella Milano sotto il dominio del re Luigi XII, dove resterà, quasi ininterrottamente fino al 1513. A Roma, dove nel 1512, era stato eletto papa, col nome di Leone X, il figlio di Lorenzo il Magnifico, Giovanni de’ Medici, aveva trovato ospitalità presso il Vaticano (nella villa del Belvedere) e, del resto, il suo protettore-mecenate, in questo momento, era Giuliano de’ Medici, poeta e amante della cultura e dell’arte nonché fratello del papa, il quale non poteva non essere entusiasta del genio di Leonardo. Presso il papa, infatti, Leonardo sarebbe rimasto per tre anni e avrebbe, fra l’altro, effettuato studi per la bonifica delle Paludi Pontine. Negli anni romani aveva messo mano a tanti lavori e non  aveva mai cessato di pensare, ideare, progettare, sperimentare; si era messo a studiare gli animali, l’anatomia del corpo umano fino a dissezionare più di 30 cadaveri di uomini e donne, per osservare da vicino com’è fatto l’interno del corpo umano e ricavarne conclusioni utili alla scienza.

Nel 1516 Giuliano muore e, probabilmente, Leonardo, anche per questo, si decide a lasciare l’Italia e ad accettare l’invito di Francesco I ad andare a vivere in Francia, dove lo ricoprirà di onori e gli garantirà vita da persona molto agiata. Parte nell’autunno del 1516 o nella primavera del 1517, accompagnato dai suoi allievi più amati e più fedeli: il milanese Gian Giacomo Caprotti, detto il Salaì o il Salaino (ovvero, “il piccolo diavolo”, da Saladino cioè diavolo, nel significato originario, in quanto infedele, come si riteneva essere il musulmano rispetto a noi cattolici-cristiani); l’altro era il pure bellissimo Francesco Melzi, anche lui di Milano. Il re nomina Leonardo Premier peintre, ingégnieur, architecte et méchanicien du Roy e dà a lui e ai suoi accompagnatori una buona sistemazione nel piccolo castello di Cloux, che si trova ai piedi del castello di Amboise. Quando avverte che la fine è vicina, Leonardo fa chiamare il notaio Guglielmo Boreau e detta le sue ultime volontà. Il testamento è del 23 aprile 1519 e nomina come esecutore testamentario il fedelissimo e amatissimo Francesco Melzi, di cui è sicuro che potrà lasciargli in eredità tutti i suoi manoscritti, i disegni e quant’altro su cui ha lavorato per mezzo secolo; ma gli lascia anche il resto della sua pensione fino alla morte e i suoi vestiti. Il genio di Vinci muore il 2 maggio del 1519, tra le braccia del re, secondo la leggenda.

Secondo il critico letterario e culturale russo Leonid M. Batkin, in Leonardo sono sintetizzate l’universalità dell’artista e le facoltà illimitate tipiche dell’uomo nuovo del Rinascimento, insieme a una particolare maniera di rapportarsi con la realtà e la sua stessa arte intrisa di un livello talmente folle da renderlo il creatore di un modello, di un paradigma della creazione culturale e della realizzazione del più grande progetto artistico del Rinascimento, che tuttora appare singolarmente attuale (cfr. Leonid M. Batkin, Leonardo da Vinci, Laterza, 1988). Insomma – aggiungiamo noi –  siamo di fronte al caso di un uomo e di un artista folle, tutto genio e “sregolatezza”, con uno straordinario pensiero divergente, con una straordinaria creatività e originalità, per cui – quasi anticipando la postmodernità – creava opere incompiute, che non avevano una fine, lasciate lì incomplete, proprio come certi romanzi postmoderni del Novecento. Insomma, Leonardo creò se stesso, come un paradigma di artista, e nel fare questa operazione non ha fatto altro che creare sublime e ineffabile bellezza; bellezza destinata a restare nel tempo, per sempre. Tutto, di Leonardo, è di straordinaria e indicibile bellezza e, di essa, resterà sempre, nei millenni, il misterioso fascino, l’indecifrabile enigma e, pertanto, il caso Leonardo, il caso dell’uomo che aveva cercato con passione insoddisfatta di abbracciare l’universo nel suo complesso e nelle sue minime parti (cfr. Edmondo Solmi, Leonardo (1452-1519), Longanesi & C., 1972) non è per nulla chiuso, resterà per sempre aperto e in tanti cercheranno di riuscire a decifrarlo e di venirne a capo una volta per sempre. Senza riuscirci.

 

 

 

 

 

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