ERES MI GALLO
- Un Mondo a colori




Il 17 maggio 1949 una donna come tante, Maria Margotti, divenuta simbolo della resistenza pacifica stroncata dalla violenza, venne uccisa da un carabiniere nel corso di una manifestazione di braccianti in provincia di Bologna.
Maria era nata nel 1915 e proveniva da una famiglia povera di operai. La ragazza dovette abbandonare troppo presto la scuola per andar a lavorare nei campi insieme alla madre e ai fratelli, dopo che il padre era caduto in guerra durante il secondo conflitto mondiale.
Sposò molto giovane il bracciante Mario Baldini dal quale ebbe due figlie. Il marito, però, dopo solo qualche anno dalle nozze, si ammalò di pleurite e lentamente si spense. La donna, allora, si rimboccò le maniche e da sola portò avanti la famiglia lavorando sia alla fornace cooperativa di Filo di Argenta, spingendo carretti carichi di mattoni, sia in campagna occupandosi della pulitura e battitura del grano.
In quel periodo si avvicinò pure al PCI e partecipò attivamente alla Resistenza. Dopo la Liberazione aderì alla lotta sindacale.
La Margotti fu sempre dedita alle sue figlie e al suo lavoro, fino a quel tragico giorno di maggio del 1949, quando decise per la prima volta di aderire a Molinella, in provincia di Bologna, sempre nell’ambito delle lotte bracciantili, ad uno sciopero contro il cruminaggio, ovvero la pratica portata avanti dai datori di lavoro i quali, per indebolire gli scioperi dei lavoratori, li facevano sostituire da altri braccianti.
In quella occasione Maria decise di aderire alla protesta per le sue figlie, come disse alle amiche. Quella mattina indossò un vestito scuro e raccolse i capelli nel bianco fazzoletto tipico delle mondine. Sentiva l’importanza di quell’evento. Una manifestazione che, almeno all’inizio, somigliò ad una festa con circa altri seimila lavoratori provenienti dalle province di Ferrara, Ravenna e Bologna che intonavano canti vecchi e nuovi della risaia, quei canti tramandati di madre in figlia o nati più recentemente. Un corteo di uomini e donne in bicicletta, diretti a Molinella, e intenzionati a difendere i loro diritti pacificamente, che però ben presto dovettero scontrarsi con tutt’altra realtà. Stavano, infatti, già disperdendosi per tornare a casa quando si trovarono davanti i carabinieri a sbarrargli la strada. I militari, scesi dalle loro camionette, iniziarono a picchiare violentemente i manifestanti.
Una brutalità che i braccianti non poterono sopportare e per questo decisero il giorno dopo di tornare a manifestare per denunciare il maltrattamento subito.
Fu proprio in quegli istanti concitati che Maria, insieme ad altri trenta braccianti, fu colpita da una raffica di colpi da un’autocolonna dei carabinieri che stazionava la zona. I manifestanti udirono un urlo: « Oh, mamma, muoio!». Era il grido della donna che, nonostante fosse stata soccorsa immediatamente dai suoi compagni, purtroppo non riuscì a salvarsi e morì dopo qualche ora in ospedale all’età di 34 anni.
Non fu facile avere giustizia per la Margotti dal momento che le indagini furono affidate allo stesso ufficiale che il giorno della manifestazione aveva comandato le forze dell’ordine.
Il 13 luglio 1953 la Corte d’appello di Bologna, confermando la sentenza di primo grado, condannò Francesco Galeati, in carabiniere che aveva aperto il fuoco, a sei mesi e quindici giorni di reclusione, mentre i suoi superiori, presenti quel triste giorno sul luogo della tragedia, e che avevano dato l’ordine di sparare, furono tutti assolti.
Da quel momento in poi il nome di Maria Margotti fu scolpito nella storia delle lotte contadine e operaie italiane. La donna iniziò ad essere considerata un’eroina, il simbolo di tutta quella gente comune che hanno dato la vita per difendere il loro diritto alla libertà e al lavoro.
Maria, con la sua umiltà, la sua semplicità, la sua forza d’animo non avrebbe voluto che i riflettori si accendessero su di lei, non avrebbe mai pensato con la sua vicenda di provocare tanto clamore, eppure ella è entrata nella storia grazie al suo sacrificio dettato dall’amore per le sue figlie e dalla rabbia per i diritti negati ai lavoratori.


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