ERES MI GALLO
- Un Mondo a colori




Passeggiando per Reggio Calabria, città ricostruita quasi interamente dopo il devastante terremoto di inizio Novecento, Palazzo Piacentini cattura lo sguardo. Non è solo un contenitore museale, ma un vero e proprio manifesto di un’epoca dell’architettura italiana. Marcello Piacentini lo progettò per ospitare il Museo Archeologico Nazionale, cercando un equilibrio difficile: da un lato la grandiosità monumentale richiesta dal regime fascista, dall’altro il rispetto necessario per custodire i tesori della Magna Grecia.
La storia di questo palazzo nasce dalle macerie del devastante terremoto del 1908, che colpì lo Stretto di Messina. Ricostruire Reggio Calabria non significava solo risollevare edifici: era un’occasione per ridefinire l’identità della città. Doveva essere moderna e sicura, certo, ma anche capace di rivendicare il suo glorioso passato. Ed è qui che entra in scena Marcello Piacentini (1881-1960), uno dei più importanti architetti che hanno definito il volto dell’Italia tra le due guerre. Nel 1932, Piacentini progettò un museo degno delle straordinarie scoperte archeologiche che stavano emergendo dagli scavi calabresi e lucani, e che al tempo stesso diventasse un punto di riferimento nella nuova urbanistica reggina. La posizione scelta, su Piazza De Nava con vista sul Lungomare Falcomatà e, oltre, verso la Sicilia, richiedeva un progetto che sapesse dialogare sia con il tessuto urbano che con il paesaggio. Piacentini immaginò, quindi, un edificio imponente che guardasse al classicismo ma senza eccessi decorativi, secondo quello stile che oggi chiamiamo Razionalismo Classico, tipico dell’architettura di epoca fascista.
L’edificio, completato nelle sue parti essenziali prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale ma inaugurato parzialmente solo nel 1954 e definitivamente nel 1959, si presenta come un blocco stereometrico massiccio. La pianta è quasi quadrata, organizzata attorno a un ampio cortile centrale, schema tipologico che rimanda ai palazzi rinascimentali ma rivisitato attraverso le lenti della modernità novecentesca. L’approccio di Piacentini alla facciata è un esercizio di ritmo e proporzione. L’edificio poggia su un alto basamento in pietra lavica scura, lavorata a bugnato liscio — elemento decorativo a rilievo — che radica la struttura al suolo e crea un forte contrasto cromatico con i livelli superiori, trattati con intonaci chiari e travertino. Questo dualismo cromatico non è accidentale: richiama la bicromia tipica di molte architetture storiche italiane, ma serve anche ad alleggerire visivamente l’imponente mole del palazzo.
Sul fronte principale, che guarda verso una delle strade principali della città, l’ingresso è segnato da una monumentalità austera. Non vi sono colonne libere o frontoni triangolari; l’ordine architettonico è suggerito da gigantesche paraste piatte — elementi inglobati nella parete e sporgenti solo leggermente dal filo del muro — che scandiscono la facciata verticalmente, inglobando le finestrature dei vari piani. È un “ordine gigante” astratto, che conferisce all’edificio un’aura di solennità istituzionale senza cadere nel pastiche storicista. L’unico elemento decorativo concesso da Piacentini, che rompe la severità delle superfici murarie, è la serie di grandi medaglioni posti in corrispondenza del coronamento dell’edificio e sopra l’ingresso principale. Questi elementi plastici non sono meri ornamenti, ma svolgono una funzione narrativa precisa: riproducono, ingigantendole, le monete delle antiche poleis (che dal greco significa “città”) della Magna Grecia, ossia: Reggio, Locri, Kaulon, Crotone, Sibari. Questa scelta iconografica è brillante per due motivi. Il primo è che dichiara la funzione dell’edificio: il palazzo parla, attraverso la sua pelle, del contenuto che custodisce; è un tempio dedicato alla numismatica e all’archeologia del territorio. Il secondo è la legittimazione storica: collega la Reggio moderna direttamente al suo glorioso passato, saltando i secoli di decadenza, in perfetta sintonia con la retorica nazionalista dell’epoca che cercava radici nell’antichità classica.
Internamente, Piacentini aveva concepito il museo secondo criteri di logica distributiva allora all’avanguardia. Le grandi finestre non erano solo compositive, ma servivano a garantire un’illuminazione naturale diffusa nelle sale espositive, un requisito fondamentale nell’epoca pre-LED. La struttura portante, realizzata in calcestruzzo armato — tecnologia necessaria in zona sismica di prima categoria e novità per il Sud all’epoca — permise di creare ampi saloni liberi da ingombri strutturali eccessivi, favorendo un allestimento flessibile.
Nel 1981, l’arrivo dei Bronzi di Riace trasformò il museo da istituzione di studio a meta turistica di massa, rendendo evidenti le inadeguatezze dell’edificio in termini di flussi, climatizzazione e sicurezza sismica. Nel 2009, in occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, fu bandito un concorso internazionale per la riqualificazione del museo, vinto dallo studio ABDR Architetti Associati guidato dal prof. Paolo Desideri. Il progetto di ABDR non si è limitato a un restauro conservativo, ma ha operato una riscrittura critica dell’edificio piacentiniano. La sfida era duplice: adeguare tecnologicamente la struttura senza tradire l’architettura razionalista originaria. Desideri ha scelto di lavorare “dentro” e “sotto” il palazzo, lasciando quasi inalterata la percezione esterna delle facciate storiche, ma rivoluzionando il cuore dell’edificio.
L’intervento più spettacolare riguarda il cortile interno. Originariamente uno spazio vuoto, la corte è stata trasformata in una nuova “piazza coperta”, il fulcro distributivo del nuovo museo. ABDR ha realizzato una copertura in vetro e acciaio, tecnologicamente avanzata, che chiude il cortile trasformandolo in un atrio climatizzato. La copertura non poggia pesantemente sulle strutture storiche; è sostenuta da un sistema autonomo e leggero. Il vetro utilizzato è capace di filtrare la radiazione solare per proteggere i reperti e garantire il comfort termico, permettendo al contempo la vista verso il cielo e verso le facciate interne del Piacentini, che sono state restaurate e trattate come “facciate esterne” portate all’interno. L’espansione necessaria per i servizi — bookshop, biglietteria, spazi per mostre temporanee — non ha alterato la sagoma dell’edificio. Un’operazione ingegneristica di estrema complessità, considerando la natura sismica del suolo e la presenza delle fondazioni storiche. Ai piani superiori, gli spazi per l’esposizione permanente sono stati razionalizzati. I visitatori, che entrano dal livello strada, vengono subito proiettati in una dimensione spaziale verticale.
Il culmine del percorso museale, e dell’intervento architettonico, è la sala destinata ai Bronzi di Riace e ai Bronzi di Porticello. Situata al piano terra, essa conclude idealmente il percorso logico. Qui l’architettura si fa macchina. L’ambiente è dotato di un sistema di filtrazione dell’aria e controllo igrometrico sofisticatissimo. I visitatori devono attraversare una camera di decontaminazione prima di accedere alla presenza delle statue. L’allestimento è minimale: i Bronzi poggiano su basi antisismiche appositamente progettate, realizzate in marmo di Carrara, che nascondono dissipatori in grado di isolare la statua dai movimenti tellurici. Lo sfondo è neutro, per esaltare la plasticità dei corpi bronzei.
Analizzare il Palazzo Piacentini significa leggere un palinsesto di materiali che raccontano due epoche industriali diverse dell’Italia. È comunque interessante notare come Piacentini utilizzasse il marmo e la pietra per comunicare eternità e solidità — valori del regime fascista — mentre l’intervento contemporaneo utilizzi il vetro e la trasparenza per comunicare accessibilità e democrazia culturale. Eppure, i due linguaggi non stridono. La rigorosa geometria di Piacentini accoglie bene la pulizia formale contemporanea.
Oggi, il Palazzo Piacentini non è più un fortino isolato. La rimozione delle cancellate esterne e la riqualificazione di Piazza De Nava hanno contribuito a creare un continuum tra la città e il museo, oltre che a dotare Reggio Calabria di uno spazio pubblico dal respiro europeo. Il Palazzo Piacentini è diventato per la storia della città molto più di un museo archeologico: è un testimone della storia italiana. Se Marcello Piacentini consegnò alla città un edificio solenne, un forziere chiuso**, l’architettura** contemporanea lo ha aperto, rendendolo trasparente. Tuttavia, la forza del progetto originale risiede ancora in quella volumetria perfetta, in quelle proporzioni che sfidano il tempo. I medaglioni della Magna Grecia sulla facciata continuano a guardare verso il mare, ricordando a chi passa che Reggio Calabria non è una periferia, ma è stata, ed è tuttora custodito tra queste mura, il cuore geografico del Mediterraneo.


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