Riflessi e colori
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Storia di un eccidio.
Nichel Uber Treuenbrietzen, borgo a 70 chilometri a sudovest di Berlino uno dei tanti dolorosi, tragici luoghi della memoria dove una fredda lapide di pietra ricorda il massacro di 127 (123 morti più 4 sopravvissuti) prigionieri di guerra italiani avvenuto il 23 aprile 1945 da parte di un distaccamento militare tedesco a tutt’oggi non identificato. 127 soldati italiani, disarmati dai nazisti, subito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, tradotti in Germania ed internati in un campo di concentramento, il lager 782/C stalag III A, dove furono costretti a lavori forzati per due fabbriche di munizioni della Metawarren Fabrik, una fabbrica di materiale bellico che produceva pallottole per fucili. Secondo le testimonianze dei superstiti, lavoravano per 12 ore al giorno con un solo pasto alle 6 di sera, consistente in una zuppa e 150 grammi di pane. Ci si potevano lavare solo ogni 6 mesi trascorsi in cenci di vestiti laceri e maleodoranti. Le infezioni, come la polmonite e la tubercolosi, mietevano vittime in continuazione nel gelo delle baracche e spesso i poveri ragazzi di notte venivano portati seminudi all’esterno a parecchi gradi sotto zero con la scusa di fare appelli di controllo.
Il 21 aprile del 1945, improvvisamente una speranza che l’incubo sarebbe finito: una luce in fondo al tunnel, la luna nel pozzo raccolta con il secchio! Erano le sei di sera i militari avvertirono l’avvicinarsi di un mezzo corazzato, era un carro armato sovietico. Un soldato dell’armata rossa dalla torretta intima la resa ai carcerieri perdendo però la propria vita sotto il fuoco dei tedeschi, ma il coraggio dei commilitoni di questo costringeranno i tedeschi ad una ritirata. I prigionieri si sentono ormai salvi. Ognuno forse fantasticava l’abbraccio alla madre, alla moglie o alla fidanza da lì a poco, ma, e mi domando il perché, ai ragazzi, venne chiesto di rimanere nel campo in attesa di sviluppi. Questo fu fatale per il gruppo di militari italiano, ( anche qui perché solo gli italiani? ), mentre i soldati delle altre nazioni furono risparmiati. Infatti un reparto tedesco in fuga irrompe nel campo. I 127 italiani, in gran parte giovani, sotto la minaccia dei fucili, furono costretti a raggiungere un accampamento nazista poco distante dal luogo. Poi, incolonnati, furono portati presso una cava in corrispondenza di un sottopassaggio della linea ferroviaria Wittenberg-Potsdam, dove avvenne l’irreparabile: a colpi di mitra e fucili, senza pietà alcuna, gli indifesi figli d’Italia, diedero la propria vita alla madre terra. Morirono i militari ed i loro sogni. Morirono con loro le loro mamme lontane che non videro più tornare i propri figli. I cadaveri vennero sepolti ed abbandonati sotto uno strato di sabbia: la sabbia del Brandeburgo. Quattro hanno avuto la fortuna di sopravvivere ai loro compagni proteggendosi dal fuoco nemico usando i corpi dei morti come scudo: Edo Magnalardo – 1922/2004 – Chiaravalle (AN), Antonio Ceseri – 1924/2017 – toscano, Vittorio Verdolini 1915/1979 – Ancona e Germano Cappelli – 1908/2000 – Force (AP), che scavando nella sabbia riuscirono a venire in superficie a nuova vita, come racconterà negli ultimi anni il sopravvissuto Antonio
Ceseri. Quest’ultimo tornando libero cercò di denunciare ai carabinieri l’accaduto ma questi lo rimandarono a riferire al suo comando di appartenenza, la marina militare, dove, dal suo comandante, ebbe la miserabile risposta: “cosa vuoi che sia 100 soldati in più, 100 in meno, ne sono morti tanti in Italia” e da quel momento e per tanto tempo, il Ceseri, non ebbe il coraggio di parlarne più. Solo poco prima di morire (2017) ha ripreso a raccontare e a portare alla luce il misfatto.
corpi riesumati dalla sabbia della cava, dopo 3 mesi dai compagni superstiti, furono sepolti, in un primo momento, nel cimitero di Nichel dopo il riconoscimento per la maggior parte di loro da parte degli stessi commilitoni e onorati ognuno con una croce in legno costruita dagli stessi. Poco dopo l’eccidio, infatti, e ormai in una situazione alquanto sicura, venne costituito un Comando di Reggimento indicato come Centro Raccolta Italiani in Germania. Qui la presenza di un prete-soldato, originario di Schiavon (VC), don Stefano Ave (classe 1908), cappellano militare appartenente al 71° Reggimento di Fanteria “Puglie”, con la collaborazione dei superstiti, di due ufficiali, e di alcuni operai del luogo, nell’agosto 1945 cominciò l’operazione di riesumazione e il riconoscimento delle salme. Solo 113 furono identificati, tutti ebbero sepoltura in un cimitero nato per ospitare le povere vittime. L’attività venne documentata anche fotograficamente e alcune foto, da quanto a nostra conoscenza sono state conservate dal superstite Cappelli. Il lavoro si riesumazione durò circa una settimana.
Successivamente, nel 1955, i resti mortali, grazie all’opera del sacerdote italiano Luigi Fraccari, furono trasferiti a Berlino e sepolti nel cimitero forestale di Zehlendorf oggi cimitero monumentale. Alcuni vennero rimpatriati.
Il sacrificio di questi giovani è solennemente commemorato ogni anno nel giorno della Liberazione, il 25 aprile, dall’Ambasciata d’Italia e dal Comune di Treuenbrietzen.
Tra i militari uccisi c’era Michelangelo Bellissimo nato a Candidoni il 3 giugno 1921 il cui destino tolse la vita 2 giorni prima della fine del conflitto. Michelangelo, secondo figlio del cavaliere di Vittorio Veneto Michelangelo Giuseppe Bellissimo e Teresa Cognetta, apparteneva al 48° regimento, 1° comp. Plotone com. Castellaneta, matricola158240 nello stalag XI B Germania. Da una comunicazione al sottoscritto da parte del ministero della difesa datata 14 gennaio 1985 si evince che Michelangelo Bellissimo venne dapprima sepolto nel cimitero di Nichel fila I tomba 2 poi riesumato il 21 ottobre 1955 venne trasportato nel cimitero d’onore italiano di Berlino reparto I, fila 6, numero 21 tomba 111.
In onore di Michelangelo Bellissimo nel 1985, 40° della morte, l’Organizzazione Promozionale Calabrese presieduta da Aldo Anastasio ha promosso, nella sala consigliare del municipio di Candidoni, un pomeriggio in ricordo e successivamente indetto un premio letterario intitolato al Caduto candidonese.
La madre, Teresa Cognetta nella sua lunga vita (101 anni 5 mesi e 17 giorni) ha sempre onorato la memoria del figlio e ha sempre portato il lutto stretto.
La famiglia Bellissimo ha partecipato alle 2 guerre mondiali. Nella prima guerra mondiale il padre Michelangelo Giuseppe, Croce Merito di Guerra e Cavaliere di Vittorio Veneto, nel secondo conflitto i 2 figli Rocco per la campagna di Russia, ritornato assiderato curato presso l’ospedale di Napoli e rinviato in campo, e Michelangelo decimato in campo di concentramento.


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