Riflessi e colori
- Un Mondo a colori




Tra l’estate 2025 e quella dell’anno successivo, inizia a spopolare un audio su Tiktok e su Instagram. Registrato da un content creator siciliano, consiste nell’imitare una stereotipica madre palermitana che richiama, dalla riva, il figlio, verosimilmente in acqua (non è data la distanza tra i due soggetti, ma possiamo immaginare sia tale da dover alzare il tono della voce). Le frasi, pronunciate per lo più in palermitano, sono quelle che le persone meridionali hanno sentito pronunciare tante, tantissime, volte in spiaggia libera: “Salvatore, Salvatore! Esci dall’acqua, esci! Dobbiamo andare a casa, non ti ho portato il cambio. [se non esci ora dall’acqua] te la puoi pure fare a piedi”.
Una scena che, narrata così, mi suscita anche un po’ di tenerezza: nonostante mia madre non sia mai stata solita gridare in pubblico e se mi trovavo a largo dalla riva mi notificava di uscire subito a gesti, le madri dei miei amici e amiche erano più prone a gridare il loro nome e il motivo del richiamo. Il potere di quell’audio sta nella facilità di collocazione e di suggestione: è facilissimo immaginare subito la spiaggia al sud, le famiglie nel caotico momento del rincasare con teli umidicci, gonfiabili ingombranti e prole gioiosa. Il pranzo che ne segue, il “ho fatto due cose” che poi due non sono mai, il riposino pomeridiano a serrande dischiuse e lo “scendere” a mare la seconda volta nel pomeriggio. Scene a cavallo tra la vita reale e lo stereotipo esoticizzante, frammenti di ricordi della mia infanzia misti alle osservazioni, appuntate nella mia memoria, degli anni passati a vagabondare tra Calabria, terra natìa, e Sicilia, terra di parziale adozione. Eppure quell’audio, a prescindere dall’intento con cui è stato creato dall’influencer di cui sopra, non sarebbe stato impiegato, in massa, in reel romanticizzanti o malinconici – e questo l’ho percepito nel primissimo istante in cui mi sono imbattuta, su Instagram, in un reel che recitava “POV: sei in ferie in Sicilia” e mostrava un content creator particolarmente infastidito al suono delle parole della madre intenta ad avvicinare il povero Salvatore. L’audio è poi dilagato, diventato molto popolare se non virale, impiegato da un numero imprecisato di content creator e user. La prassi rimane quasi sempre invariata: il contesto sono le ferie, cambiano i soggetti inquadrati nel video, ma si tratta sempre di persone infastidite o arrabbiate, in alcuni casi schifate, di dover sopportare lo strazio di una madre che chiama il figlio. L’ambientazione è però sempre meridionale (fatta eccezione per un TikTok ambientato in Liguria): “POV: fai le ferie in Sicilia”, “stai cercando di rilassarti ma sei in Calabria”, “vai al mare per rilassarti ma sei in Sicilia”, “vai al mare per rilassarti ma vivi a Palermo”, “POV: sei in Sicilia”. Ma perché questo sdegno? Perché questa rabbia, questo schifo? E perché migliaia di persone hanno messo like, commentato, ricondiviso, ci hanno fatto una risata e hanno pensato di creare un contenuto simile con lo stesso audio? Per una narrazione così intrinseca al nostro panorama culturale da risultare ormai un dogma: il Sud è terra di vacanze, sopravvive per merito del turismo, esiste solo in estate. L’esoticizzazione del Sud è una narrazione causa ed effetto della questione meridionale: se avviene un’emigrazione massiva dal Meridione verso il nord e verso l’estero per studi e/o lavoro; se il nord industrializzato e gentrificato non presenta le stesse attrazioni, soprattutto d’estate; se il Sud arranca per infrastrutture, industrializzazione, possibilità; è quasi naturale creare la favoletta del Meridione come terra di turismo, perfetta per le ferie in famiglia, terra incontaminata dal mare azzurro e dalla verde natura. Il Sud, per l’Italia, esiste solo col caldo, quando ne diventa il villaggio vacanza. Attenzione: non tutto il Sud, solo quello patinato, quello appunto turistificato, a prova di gola settentrionale. Tropea, Cefalù, Taormina, Porto Cervo, Amalfi, Alberobello, Polignano. Posti svuotati di una specifica appartenenza o che di quella specifica appartenenza mantengono solo gli aspetti stereotipati: a Tropea cipolla e peperoncino, a Taormina maioliche e granite, ad Alberobello orecchiette e taralli. Quando, in quel contesto plasticoso a prova di hashtag “#ladolcevita”, si percepisce l’esistenza di un meridione reale, sfaccettato, sgradito, avviene il cortocircuito: qualsiasi elemento possa interferire negativamente con il relax della turista, non è il benvenuto e deve essere attenzionato e gestito. Non importa se quell’elemento è rappresentato dalla popolazione autoctona, dalla sua lingua e dal suo modo di agire e di comunicare. È difficilissimo trattare di questa discriminazione, specie sui social: chiunque pensa che sia corretto avere voce in capitolo – ed è sacrosanto – ma ciò che rappresenta un errore è generalizzare a dogma universale la propria esperienza, che resta ugualmente preziosa e potenzialmente politica. Una cosa è l’opinione personale basata sulla propria esperienza empirica e data dalle proprie condizioni di vita – più o meno privilegiate -, un’altra cosa è un fenomeno sfaccettato e camaleontico di tipo economico, politico, culturale e storico. Per intenderci, la risposta alla nostra domanda sull’esistenza dell’antimeridionalismo non sta nel confrontare la vita di Giuseppe, cis etero abbiente del Vomero, che afferma “al Sud si sta bene e non siamo discriminati” con quella di Sara, transgender bisessuale immigrata a Quarto Oggiaro, che afferma “non è vero che al nord si vive bene”. Il nostro intento deve essere riuscire ad analizzare con lenti intersezionali e comprendere come tutte le esistenze siano caratterizzate da una serie di aspetti che rendono la vita più o meno privilegiata. Nel mosaico di queste angolature, scienze come la sociologia, l’antropologia, l’economia – e ovviamente la storia stessa – ci continuano a presentare il conto della questione meridionale che si palesa su un piano umano anche in una discriminazione spesso interiorizzata al punto di non essere riconosciuta come tale. L’antimeridionalismo rimane un grandissimo tabù nel dibattito pubblico, una tematica forse troppo grande da gestire per noi che vogliamo restare comodi affermando che “qui il razzismo non esiste, al massimo qualcuno sì, ma non come negli Stati Uniti”, non volendo neanche fare i conti con l’odio che intrinsecamente agiamo nei confronti delle persone BIPOC. Eppure, bisogna affrontare questo argomento. Anche perché a sostenere alcuni pensieri sono le persone meridionali che hanno assorbito culturalmente la loro stessa denigrazione. L’antimeridionalismo oggi è decretato “un fatto della vita”, una cosa come le altre, che viene rilegata alla gestione delle persone meridionali stesse: trasferisciti per studiare, trasferisciti per lavorare, perdi l’accento, perdi la cadenza, si sente che sei calabrese, aiutatevi da soli, da voi le cose non cambieranno mai, smettetela di tollerare le mafie, siete arretrati perché siete pigri e stupidi. Questa si chiama normalizzazione. E la normalizzazione rappresenta il primo scalino affinché sussista tutta la piramide soprastante: la sottomissione avvenuta col parassitismo economico e culturale di una parte d’Italia nei confronti dell’altra; e i tentativi di cancellazione, in alcuni casi del passato con violente repressioni, ad oggi con una denigrazione delle tradizioni, della cultura, della lingua. La denigrazione delle usanze meridionali avviene con la standardizzazione di uno sguardo che viene definito “neutrale” ma che di neutrale non ha niente: è lo sguardo settentrionale. Esattamente come Simone de Beauvoir definisce la donna come “l’Altro” rispetto all’uomo nel suo “Il secondo sesso”; esattamente come molti paesi vengono razzistamente decretati “sottosviluppati” secondo una visione eurocentrica capitalista; esattamente come si dà per scontato che l’orientamento relazionale di una persona sia quello eterosessuale monogamo; la prospettiva con cui il sud viene analizzato è quella del nord, decretata come standard. Ecco perché, a difesa dei reel che impiegano l’audio di “Salvatore” con espressioni disgusto e fastidio, si ricevono infiniti commenti, anche da parte di un influencer noti, in cui si afferma che non è una questione di provenienza, è una questione di educazione, di non recare fastidio, di non essere rumorosi. Ma chi ha stabilito questi limiti? Nella maggior parte di turisti che al sud si lamenta del volume, dell’eccessiva ospitalità, dei modi, io ci vedo semplicemente applicazione di una prospettiva nordcentrica, frutto di una visione distorta: del Meridione, a terra esotica di ferie, e dei meridionali, a popolo “incivilizzato” – per usare il termine impiegato dallo stesso influencer del paragrafo precedente. Disinnescare questo sguardo prevede una decostruzione radicale, collettiva: il sud come centralità, non marginalità, come terra identitaria e non come contrapposizione subalterna di un territorio altro.


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