Riflessi e colori
- Un Mondo a colori




Quando rientrò quella sera dal lavoro, fuori pioveva. Non una pioggia forte, ma fitta, pesante. Una di quelle che ti si infilano nel colletto anche se hai l’ombrello, che ti appannano gli occhiali e rendono tutto più lento. Lui entrò in casa scrollando le spalle. «Piove», le disse. Mara annuì e si avvicinò per aiutarlo a togliersi il cappotto. Lo faceva spesso, un gesto piccolo, quasi tenero. Ma quella sera si fermò di colpo. C’era un odore che non conosceva. Era sottile, elegante. Non era il suo dopobarba, né l’umidità del tessuto. Era qualcosa di più profondo. Un profumo femminile: rosa, ambra, forse un accenno di spezie. Non il solito sentore di foglie bagnate e carta da ufficio. Questo era… altro. Era intimo. Mara non disse nulla. Quella notte, nel letto, non chiuse occhio. Continuava a pensare a quel profumo. Cercava di capire se l’avesse già sentito altrove, ma no, nulla le veniva alla mente. Era nuovo e, allo stesso tempo, pieno di presenza. Le venne in mente una frase letta tempo prima: «L’olfatto è il più animalesco dei sensi». Non mente. Cattura ogni cosa. Per giorni non disse nulla. Osservava. Ascoltava. Notava cose che prima ignorava: il modo in cui lui guardava il telefono, il modo in cui rientrava a casa con gli occhi sfuggenti. Nulla di eclatante. Ma quel piccolo dettaglio aveva fatto breccia in lei. Una mattina finse di aver notato una macchia sul cappotto. «Lo porto in lavanderia, è sporco». Disse mentre piegava l’abito. Lui non ci diede troppo peso e la ringraziò. Al negozio chiese se avessero modo di trattare la lana con delicatezza. La commessa annuì. Mara, mentre si avvicinava al banco, affondò il naso nel tessuto. C’era ancora. Più tenue, ma comunque presente. Quel profumo non era una sua fantasia. Uscita dalla lavanderia, invece di tornare a casa, fece una deviazione. Si infilò in una piccola profumeria che stava lì da anni, ma dove non era mai entrata. L’insegna diceva “Essences d’Orient”, e le bottiglie dietro il bancone sembravano antiche, scolpite nel vetro colorato. Pensava che quel tipo di profumo dovesse appartenere ad un posto del genere, o perlomeno ci sperava. Una donna con un foulard dorato la accolse con un sorriso discreto. -Cerco un profumo speziato, caldo. Disse Mara. -Qualcosa che… Rimanga anche dopo giorni. La donna annuì. -Allora le piacerà questo. Si chiama “Zahra”. È molto usato in Marocco.
Tradizionalmente le donne lo mettevano nei capelli prima delle nozze. È fatto con rosa, ambra e oud. Rimane anche quando non ci pensi più. Mara restò immobile. «Lo prendo. Non lo provò nemmeno». Era proprio quello che cercava, ne era certa. Quella sera non lo indossò. Lo nascose nel cassetto, sotto l’intimo. Ma sapeva già cosa avrebbe fatto nei giorni a venire. Aveva bisogno che lui lo sentisse, che capisse da solo cosa stava succedendo, non glielo avrebbe semplicemente detto. Passarono dieci giorni. Lui cercava di essere affettuoso. Rideva più del solito, la abbracciava distratto, le portava dei dolci tornando dal lavoro. Quei gesti sembravano un subdolo modo di pulirsi la coscienza ai suoi occhi. Non erano “carini”. Un venerdì lui propose: «Andiamo via qualche giorno? Cambiamo aria. Come un tempo. Ti ricordi quel laghetto che ci piace tanto? Andiamoci!» Mara accettò senza obiettare. Partirono per una piccola città sul lago. Hotel discreto, camera con vista. La prima sera, dopo la doccia, Mara si sedette davanti allo specchio. Aprì il flacone di Zahra e ne mise una goccia dietro le orecchie e una tra i polsi. A cena lui la guardò due volte di troppo. Sembrava turbato, spaventato. «Hai cambiato profumo?». «Ti piace?». «È… Intenso». Lei sorrise appena. Non disse nulla.
La seconda sera ne mise un poco anche tra i capelli, come la donna le aveva spiegato si facesse. Lui cenò in silenzio. Mara lo vedeva socchiudere gli occhi, come se qualcosa si affacciasse da lontano. Un ricordo? Un odore non ancora dimenticato? Il più animalesco dei sensi, giusto? La terza sera, durante una passeggiata lungo il lago, lui si fermò e la fissò intensamente. «Perché lo stai facendo tesoro?». Mara lo guardò. «Cosa starei facendo?». -Lo sai. Quel profumo… È lo stesso che aveva…». Si interruppe. «Chi? Chi lo aveva?». Silenzio. «Non è come pensi». Disse. «È successo solo un paio di volte. Non è niente di serio». Lei lo fissò. «Allora perché il tuo corpo la ricorda?» Lui si voltò. Non seppe rispondere. Tornarono in hotel. Mara mise in valigia le sue cose con lentezza. «Me ne torno domani. Tu resta pure, se vuoi». «Mara, ti prego…». «No. Questo è quello che ho dovuto passare io. Capisci che male mi hai fatto? Tu, e quella presenza invisibile». Lui rimase fermo in mezzo alla stanza. «Sai come mi sono sentita la prima volta? Pensavo di essere impazzita, di star esagerando. Non so se tu l’abbia fatto perché sei stufo di me. Francamente, non lo voglio nemmeno sapere. Il profumo è lì sul comodino. Tienitelo, o regalaglielo». Due mesi dopo, di comune accordo, firmarono la separazione. Nessun grido. Solo una firma e la consapevolezza che era finita. Lui, durante l’ultima udienza, le chiese: «Davvero tutto è crollato per un profumo?» Mara rispose secca, fredda. «No. È crollato per il fatto che bastava così poco».


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