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L’eclissi della sostenibilità orbitale: dalla nube di detriti alla tutela legale.

L’ambiente spaziale circumterrestre sta attraversando una trasformazione radicale che mette a rischio non solo la ricerca scientifica, ma la stessa sostenibilità delle attività umane in orbita (INAF, 2026). Quello che un tempo era un vuoto incontaminato è oggi popolato da una nube di oggetti artificiali in continua espansione, un affollamento che ha raggiunto livelli senza precedenti.

Storia del sovraffollamento.
Dall’invio del primo satellite artificiale, lo Sputnik 1, nel 1957, l’umanità ha lanciato migliaia di oggetti nello spazio. Attualmente, si stima che esistano circa 16.000 satelliti attorno alla Terra, di cui circa 12.500 sono operativi. Dal grafico è possibile notare come questa crescita esponenziale nell’ultimo periodo è particolarmente significativa e riflette probabilmente l’ingresso di nuovi attori (aziende private, nuovi programmi spaziali) e la tecnologia dei satelliti miniaturizzati (CubeSat) che ha permesso di aumentare la cadenza dei lanci. Il dataset copre un arco temporale di quasi 70 anni, mostrando una trasformazione radicale nel settore spaziale: – una fase iniziale (1957 – fine anni ’80) in cui il volume di lanci cresce gradualmente, con un’affidabilità che si consolida decennio dopo decennio; – una forte accelerazione recente (2000 – 2025) nel numero di lanci riusciti, specialmente nell’ultimo
decennio; – il tasso di fallimento è diminuito drasticamente, anche se il numero assoluto di fallimenti può sembrare
aumentato negli ultimi anni.
Il fallimento sembra crescere a causa dell’effetto diretto dell’enorme aumento del volume totale dei lanci, ma il tasso di affidabilità è migliorato enormemente: se negli anni ’50, più di una missione su due falliva (51.59%), adesso il tasso di fallimento si aggira intorno al 4-5%. Questo significa che, proporzionalmente, le missioni spaziali sono diventate incredibilmente più sicure. La gestione di questo traffico è dominata da attori privati, in particolare dalla compagnia SpaceX, che con il progetto Starlink controlla circa i due terzi dei satelliti attivi, con l’obiettivo di creare una rete globale per l’accesso a Internet a banda larga.
Queste operazioni avvengono prevalentemente nell’orbita bassa (LEO), la zona più congestionata a causa della bassa energia richiesta per i lanci e della vicinanza alla superficie terrestre (A. Carbognani, INAFOAS, 2021).

I detriti spaziali.
Il problema principale non è costituito solo dai satelliti funzionanti, ma dagli space debris (detriti spaziali).
Si tratta di una moltitudine di stadi di razzi, satelliti dismessi, bulloni e persino scaglie di vernice.
Le dimensioni variano:
-circa 34.000-54.000 oggetti superano i 10 cm;
-circa 900.000-1,2 milioni hanno dimensioni tra 1 e 10
cm;
-oltre 128-130 milioni sono frammenti millimetrici, invisibili ai radar, ma comunque letali.
Questi oggetti viaggiano a velocità spaventose, fino a 40.000 km/h (INAF, 2026).
A tali velocità, l’impatto con un semplice bullone può causare un’esplosione catastrofica di un satellite operativo. Il timore più grande è un effetto a cascata in cui le collisioni generano nuovi frammenti, i quali a loro
volta provocano altre collisioni, rendendo l’orbita terrestre del tutto inutilizzabile per le generazioni future.
L’impatto sulla ricerca astronomica.
Anzitutto, questo sovraffollamento genera interferenze ottiche. I satelliti, riflettendo la luce solare, appaiono come strisce luminose che rovinano le immagini a lunga esposizione. Un caso celebre riguarda il disturbo delle foto della cometa Neowise (Focus, 2020). Dunque, telescopi innovativi a grande campo, come il FlyEye dell’ESA, potrebbero trovarsi a gestire decine di tracce satellitari in ogni singolo scatto (A. Carbognani, INAF-OAS, 2021). Ma non è l’unico.
Ci sono anche le interferenze radio in quanto Starlink utilizza frequenze che interferiscono con i radiotelescopi, come lo Square Kilometre Array (SKA), ostacolando lo studio di galassie remote, pulsar e la ricerca di vita extraterrestre.
Inoltre, studi recenti indicano che la polvere e i piccoli detriti in orbita diffondono la luce solare nell’atmosfera, aumentando la luminosità di fondo del cielo notturno.
Questo fenomeno ha già superato del 10% i livelli naturali di luminosità fissati dall’Unione Astronomica Internazionale per i siti osservativi.
Una dipendenza a rischio.
La gravità del problema risiedenella nostra totale dipendenza dalle infrastrutture spaziali. I satelliti sono vitali per la navigazione e i GPS, essenziali per trasporti e sincronizzazione dei server bancari; per il monitoraggio ambientale e la meteorologia, tramite programmi come Copernicus e IRIDE; per le comunicazioni globali e sicurezza militare.
Non è un caso che nel 2019, il Comitato delle Nazioni Unite per l’uso pacifico dello spazio extra-atmosferico (COPUOS) ha compiuto un passo istituzionale significativo pubblicando 21 linee guida dedicate alla sicurezza e alla sostenibilità a lungo termine delle attività nello spazio. Il fine primario, comunque, è la stabilizzazione della presenza di detriti spaziali.
In quest’epoca di congestionamento orbitale, l’ONU ha cercato di stabilire degli standard per prevenire l’effetto
a cascata di collisioni che renderebbe l’orbita terrestre del tutto inutilizzabile (RSI, 2025). Ignorare queste linee
guida e la necessità di uno spazio sostenibile significherebbe rischiare un salto tecnologico all’indietro di oltre 50 anni.
Rischio per la salute.
Un quadro estremamente serio e preoccupante che riguarda la nube di detriti e le ricadute dirette e potenzialmente letali sulla salute e sulla sicurezza umana. Nella migliore delle ipotesi, infatti, dei satelliti delle costellazioni in orbita bassa (come gli oltre 10.000 di Starlink e le migliaia in aumento dei suoi concorrenti di tutto il mondo) a fine vita (5 anni, in genere) ci si sbarazza con un metodo di smaltimento non proprio ortodosso: il rientro atmosferico distruttivo.
Il satellite viene fatto scendere di quota intenzionalmente finché non impatta l’atmosfera a oltre 27.000 km/h, in modo tale che si disintegri completamente a causa dell’attrito.
Questo inevitabilmente porta alla diffusione di ossidi di alluminio, litio, con inevitabili effetti sullo strato di ozono, nei decenni a venire. I detriti di grandi dimensioni rappresentano una minaccia fisica costante perché possono uscire dalla loro orbita stabile e rientrare nell’atmosfera, a smaltimento incompleto, rischiando di colpire zone abitate. Ci si è andati vicini il 22 gennaio 1997 quando il secondo stadio i un razzo Delta 2, un blocco di 250 kg di acciaio inossidabile, è caduto vicino a Georgetown, Texas, o anche il 27 aprile 2000, quando il secondo stadio di un razzo Delta II non si è disintegrato completamente e precipitando in Sud Africa. Un aspetto ancora più inquietante per la salute pubblica riguardail contenuto di questi detriti.
Un satellite da 250 kg produrrebbe circa 30 kg di nanoparticelle di ossido di alluminio durante il rientro, e si stima che quando le mega-costellazioni saranno a pieno regime verranno immesse in atmosfera oltre 360 tonnellate di ossidi di alluminio all’anno. Il satellite russo Cosmos 954, ad esempio, dotato di un motore a propulsione nucleare, si disintegrò sopra il Canada nel 1978 spargendo frammenti radioattivi su un’area di ben 100.000km². Oltre al rischio nucleare, i residui di carburante ancora presenti negli stadi dei razzi possono causare esplosioni durante la caduta, complicando ulteriormente gli scenari di rischio per le popolazioni.
La proposta di legge spaziale dell’UE.
Se da un lato, ci sono i rischi fisici e ambientali che minacciano la salute umana e l’integrità del pianeta; dall’altro, c’è il tentativo dell’Europa di imporre un ordine giuridico che garantisca la resilienza e la sostenibilità a lungo termine. L’Unione Europea sta cercando di costruire un quadro giuridico vincolante per gestire la transizione da una fase di anarchia orbitale a una di rigorosa regolamentazione istituzionale.
La proposta di legge dell’Unione Europea, annunciata nel 2023 e prevista per un’entrata in vigore nel 2030, nasce dalla consapevolezza che lo spazio è ormai un settore strategico dal valore stimato di 1.800 miliardi di dollari entro il 2035. Per proteggere questo immenso capitale e la sicurezza collettiva, l’UE intende imporre standard armonizzati che affrontino direttamente i problemi precedentemente discussi. E’ previsto, infatti, l’obbligo di calcolare e certificare l’impronta ambientale delle attività spaziali. I fornitori di servizi (SSP) non dovranno solo garantire la sicurezza del volo,ma dovranno sottoporre i propri calcoli ambientali a organismi tecnici qualificati per ottenere
l’autorizzazione a operare nel mercato europeo.
Questo rappresenta un tentativo concreto di internalizzare i costi ecologici che finora sono stati ignorati dalle compagnie private (K.Malone & T.Lemos, White & Case, 2026). Il passaggio a una regolamentazione seria non è privo di ostacoli.
La natura extraterritoriale della legge significa che chiunque voglia fornire dati o servizi spaziali all’interno dell’UE dovrà conformarsi a questi standard, indipendentemente dalla propria sede geografica.
Non era difficile aspettarselo, ma questo ha già innescato attriti significativi con gli Stati Uniti, che vedono in queste norme possibili barriere commerciali non tariffarie. Il rischio è che si crei un panorama di normative contrastanti, complicando la gestione di un ambiente, quello spaziale, che per sua natura non conosce confini nazionali.
E l’Italia?
L’Italia si pone come uno dei primi paesi a dotarsi di una normativa organica con la Legge 13 giugno 2025, n. 89. Delinea gli obblighi immediati e concreti che gli operatori devono affrontare oggi in Italia per garantire la sicurezza e la sostenibilità dello spazio. A differenza della proposta europea ancora in fase di definizione, la legge italiana è già realtà e disciplina l’intero ciclo di vita delle attività spaziali: non solo il lancioe la gestione in orbita, ma anche il rientro e lo smaltimento, l’estrazione di risorse dai corpi celesti e persino l’uso di piattaforme stratosferiche (A.Masutti & C.Schena, RPLT, 2025). Questo colma un vuoto normativo storico, trasformando la gestione dei rischi da una scelta etica a un obbligo legale stringente attraverso un iter burocratico rigoroso: -nessuna attivitàspaziale può essere svolta senza il via libera dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e del Comitato interministeriale (COMINT);
– la legge fissa in 120 giorni il tempo per l’istruttoria, cercando di bilanciare il rigore della sicurezza con l’agilità necessaria al mercato; – l’ASI non si limita a concedere permessi, ma ha poteri di ispezione e può revocare l’autorizzazione in caso di mancato rispetto delle misure di mitigazione dei detriti o della resilienza informatica.
Inoltre, ogni missione deve avere una coperturaminima di 50 milioni di euro per sinistro (ridotta a 20 milioni per startup e ricerca). Senza contare che se un operatore agisce senza autorizzazione o assicurazione, la sua responsabilità per eventuali danni causati a terra o nello spazio diventa totale e senza limiti.
Viene introdotta l’azione diretta del cittadino danneggiato contro l’assicuratore, un meccanismo che garantisce un risarcimento in caso di caduta di frammenti su zone abitate. Tuttavia, esiste il rischio concreto di creare una sovrapposizione tra la legge italiana e quella europea, obbligando gli operatori a un doppio sforzo burocratico. E’ urgente un tavolo tecnico di allineamento per evitare che l’Italia perda competitività mentre cerca di proteggere l’ambiente orbitale (A.Masutti & C.Schena, RPLT, 2025).

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