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MERAVIGLIA E STUPORE CONDITIO SINE QUA NON DELL’ANIMO CONOSCITIVO

Ines Calafati

(Vibo Valentia)

 

Mentre che piena di stupore e lieta / l’anima mia

gustava di quel cibo / che, saziando di sé, di sé asseta.

Purgatorio, XXXI, vv.127-129

 

Stupore e Meraviglia costituiscono binomio simbiotico di vereconde albe a cui l’animo umano anela e si disseta per entrare in comunione con l’eterno Logos divino. Dolce è vagheggiare quanto l’essere pensante possa assurgere a infante del Creato ogni qualvolta i suoi occhi e il cuore si aprono alla meraviglia e allo stupore della scoperta di sé davanti all’Infinito. Lo stupore è paragonabile all’anima che volteggia nelle beatitudini angeliche attendendo di elevarsi a campi elisi che profumano di consapevole adesione, appassionata e dubbiosa dell’impossibile. Lo si potrebbe paragonare a uno stato afasico privo di intellettualizzazione, reso epifanico dalla sorpresa, quasi sostanziata dall’esperienze ascetico-mistica della profondità del cuore che invisibile sovrasta l’esperienza terrena.

Lo stupore e la meraviglia sono condizioni apicali nell’uomo dai primordi della coscienza del sé, riguardano l’essenza intuitiva che prorompe in mille sfaccettature prismatiche, avvolgente mistero del sentirsi appartenenti a una realtà irreale in cui la sorpresa è ancora disarmata, priva di strumenti concettuali classificatori, ermeneutici. Così si sostanzia e prende forma nella lirica dantesca, tant’è che nel canto XV del Purgatorio la maraviglia è evocata da Virgilio come condizione transitoria dell’intelletto dinanzi al manifestarsi di realtà cui gli è impossibile accedere nella condizione di imperfetta naturalità. Nel canto XXXI della stessa Cantica, lo stupore assurge a elemento fondante di appagamento di un’anima traviata dal dubbio e dalla sofferenza, che, nell’iter conoscitivo suscitato dalla fiammella della meraviglia, ha scoperto la bellezza ultra ed extra sensoriale.

Nella Cantica della libertà, la meraviglia si concreta come cardine della conoscenza, stimolo di indagine epifanica versus l’ignoranza, corso di progressiva acquisizione di conoscenza e di scoperta di verità. Non è casuale che il termine meraviglia ricorra 39 volte nel corso del viaggio dantesco, è conditio sine qua non perché l’emozione si scateni, e appaia rifulgente con due costanti: l’eccezionalità e la vista. Infatti, la percezione visiva assurge a veicolatore peculiare di stupore e meraviglia; è con la vista che Dante gode di Dio nella luce dell’Intelletto che si profonda tanto fino a provocarne smarrimento e al contempo estatico stupore. Accade nella dimensione piramidale dell’io, il miracolo dell’ascesi amigdalica che nell’esperienza sensibile si concreta nell’incontro casuale che un bambino prova ogni prima volta, la prima volta che vede il mare, scopre gli astri, il volto della madre e il Creato tutto … che darà per scontato solo qualche tempo dopo!

È dalla meraviglia che prorompe quel fanciullino del Cantore delle piccole cose, tanto vicino all’esperienza virgiliana e dantesca al punto da intuirne l’oltre, deposto negli scritti misterici e mistici velati di normalità, ma che al di là del velame permettono all’uomo la mirabile visione del sé e del Cosmo, dentro cui trova pace e immensità la conoscenza. Non è casuale che Pascoli, Dante e Virgilio siano legati dall’idea che la meraviglia e lo stupore siano l’acciarino del Sapere, la prima chiave delle infinite porte che si spalancano nell’iter conoscitivo sensibile e immanente e che conducono all’infinito sapienziale, assurgibile a pochi eletti, cultori che immolano se stessi unicamente alla fonte dell’acqua redentrice che placa la sete dell’assetata anima errante, sorgente purificatrice che Cristo dona alla samaritana pronta ad accogliere, con meraviglia e stupore nel grembo del cuore, quel messaggio tanto forte quanto rischioso. Si tratta della tempesta interiore che l’emozione suscita e permette all’intelligenza naturale di immergersi nel vero sapere e nella meraviglia in essa suscitata dalle verità superiori, così come nell’amore, quello vero che non conosce margini o costrizioni.

L’amore puro e disincantato del sorriso dell’infante che gode e si stupisce per la bellezza dell’esistenza a cui può partecipare, che si lascia trasportare dall’immanenza palesata dalla vista e che, nell’incipiale fase vitale, accetta la scoperta come cuore pulsante di Verità che, a breve, riporrà volutamente nelle acque del Lete, in quanto uomo sopraffatto da necessità impellenti e urgenti che lo condurranno lontano, troppo lontano da quell’umano bambino, capace di alzare gli occhi al Cielo e sentire l’anima avvolta dal calore sidereo di una trapunta di luci eterne che manifestano, all’uomo di ogni tempo, la caducità dell’essere e al contempo l’unicità e la possibilità di rendersi infinito.

 

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